Forum 19: Il paradosso del professore

Il paradosso del professore

di Paolo Fai

 

Il professore Luca Serianni, studioso di valore della lingua italiana, si discosta dalle sue più strette competenze per affrontare, di petto, la spinosa e dibattutissima questione del latino e del greco nel curriculo del liceo classico e del solo latino nel liceo scientifico (Il Sole 24 Ore, Domenica 22 maggio 2016, p. 27). Avanza, a tal proposito, delle proposte innovative, a partire da quella di «rivedere la corrente gerarchia scolastica, che pone al vertice la prova di versione», i cui «inconvenienti sono noti». Dopodiché comincia a bacchettare i professori di greco e di latino, che, come automi, insegnerebbero a tradurre nam sempre con “infatti” e indurrebbero gli alunni a tradurre l’infinito aoristo «meccanicamente come un infinito composto», senza tener conto del valore aspettuale del verbo greco. Ignoro da quali fonti il professor Serianni abbia tratto tali informazioni che, così formulate, mirano a squalificare tutti gli insegnanti di greco e latino d’Italia, nessuno escluso. Che abbia attinto a fonti ministeriali, è impossibile, perché al Ministero pensano solo alla “buona scuola”, che è uno dei tanti gargarismi del cinetico e logorroico premier. In mancanza di prove documentali e/o di dati statistici (ma un’indagine statistica sul modo in cui i professori di greco spiegano le diverse possibilità di traduzione dell’infinito aoristo sconfinerebbe nel demenziale), le affermazioni appaiono apodittiche, e, pertanto, di nessun valore.

 

Il professor Serianni, comunque, una soluzione alla ‘crisi’ delle versioni dal latino e dal greco la propone. «Permettetemi un esperimento», afferma, «per il quale basterebbe assicurare agli alunni la conoscenza delle prime tre declinazioni (la quarta e la quinta hanno un rilievo secondario già nel latino classico e potrebbero persino essere tralasciate, un po’ come avviene, non da oggi, col duale nei corsi di greco), le coniugazioni attiva e passiva, la declinazione pronominale».

 

Quarta e quinta declinazione da tralasciare!? Già così, la sua riforma, caro professor Serianni, diventa un bel rebus, non solo stricto sensu, ma anche lato sensu. E poi sarebbe attuata manu militari o motu proprio o varata ictibus fidei, ‘a colpi di fiducia’ dal ducetto di Rignano? Proposte del genere rischiano di essere indigeste, sia ante rem che post rem, non solo alla tribù tutto sommato modesta degli studiosi del mondo antico e delle civiltà classiche, ma anche alla più vasta res publica di cittadini mediamente alfabetizzati. Tagliare le declinazioni? Aquí está el busillis, e dove c’è il busillis ci sono pure le indie, che Lei sa bene non potersi separare dal detto busillis, pena incomprensione dell’uno e delle altre (che poi indie non sono, come sanno quelli che hanno studiato la quinta declinazione e che conoscono la storiella del trattino di a capo tra die e bus nel sintagma in diebus illis).

 

Consapevole che è sempre bene tenere d’occhio l’ago della bussola, non voglio perdermi non dirò in un mare, ma nemmeno in un lago, di discorsi. Preferisco restare in superficie, anche perché spesso la profondità sta proprio lì (l’effigie del filosofo che formulò questa verità è fin troppo nota). Amputate in quel modo le declinazioni, che specie di riforma verrebbe fuori? Un monstrum, horribile dictu et visu, assimilabile alla riforma del senato, su cui i cittadini italiani saranno chiamati a votare nel referendum del prossimo ottobre.

 

Con l’eliminazione delle due ultime declinazioni latine si profilerebbero scenari apocalittici non solo per la lingua latina, ma anche per quella italiana. Come in 1984 di Orwell, nascerebbe una neolingua, da cui sarebbero banditi tutti i vocaboli derivanti dalle due declinazioni depennate. Altro che Vangeli, caro professor Serianni! Intanto, Gesù sarebbe un soggetto non identificabile (basterebbe forse chiamarlo solo Cristo?). Andrebbero riscritti tutti i libri della latinità, pagana e cristiana. Si modificherebbero le località in cui si svolsero avvenimenti cruciali. Se Cesare (sempre fortunato, lui!) continuerebbe a passare il fiume Rubicone, Annibale dovrebbe sloggiare dal lago Trasimeno e trasferirsi in qualche posto lì vicino (e poi, chissà con quali esiti!). Né andrebbe meglio al povero Manzoni, messo davvero male con quell’incipit dei Promessi sposi, «Quel ramo del lago di Como», che sarà pure melodioso per il susseguirsi di tre trisillabi (quel ramo / del lago / di Como) perfettamente cadenzati, ma dove quel lago lì è un intruso incomprensibile. Si sposti il set sulle rive dell’Adda, via! Per non parlare del sempre ingiustamente screditato Lucrezio, il quale, per dissipare le tenebre della superstizione, la vera nemica della libertà dell’uomo, ripetutamente invita i suoi lettori a servirsi soltanto della «naturae species ratioque», “dell’osservazione razionale della natura”. Anche per lui verrebbe la notte fonda dell’oblio. Perfino i giorni della settimana con quella inspiegabile coda in ‘dì’ accentata, dal lunedì al venerdì, sarebbero sostituiti! E poi, di grazia, professor Serianni, i campionati di calcio di serie A, B, C e via scendendo, come vorrebbe chiamarli?

 

Professor Serianni, non ceda alle sirene del ridimensionamento della traduzione propugnato dalla “schola senensis”, che ha i suoi corifei nell’ex ministro del Miur, Luigi Berlinguer, e nel prof. Maurizio Bettini. Già per il solo fatto che Berlinguer affermò, anni fa, che «il liceo classico ci ha corrotto», perché non educa alla manualità, sarebbe titolo di demerito per chi quella frase pronunciò (Gramsci, il fondatore del PCI, partito in cui pure ‘quel’ Berlinguer militò, ne sarebbe inorridito!). Ascolti, piuttosto, il più sensato giudizio espresso da un profondo conoscitore del mondo classico e del mondo della scuola, Luciano Canfora. L’insigne studioso, commentando sul Corriere della Sera (sabato 14 maggio 2016, p. 18), le Olimpiadi delle lingue classiche conclusesi con la premiazione dei giovani liceali vincitori al Salone del Libro di Torino, così scriveva: «Da sempre i moderni sono diventati tali interrogando, confutando, amando i grandi testi superstiti della civiltà classica. Gli antichi sono dentro di noi e tra noi e ci aiutano a prendere coscienza della distanza che ci separa e al tempo stesso dell’attualità delle loro domande irrisolte».

 

Meditino, gli abolizionisti/riduzionisti, su queste sagge parole; se vogliono davvero bene al latino, recuperino la lucidità razionale invocata da Lucrezio, e ripensino il latino per preservarlo, come dice bene il titolo del Suo articolo, professor Serianni. Ma preservarlo non vuol dire tagliare qua e là, come se la foscoliana “odorata arbore amica”, da Lei citata, fosse una pianta improduttiva. Tale diventerà a furia di tagliare scriteriatamente, fino a recidere del tutto quel tronco vitale per la nostra cultura. Perché l’albero è bello e fecondo così come ancora è, malgrado in anni recenti abbia già subìto diverse spuntatine, che tuttavia non ne hanno sfigurato la forma né ridotto la sostanza. Quell’albero, solido e di forti radici, ha solo bisogno di cure amorose, attente, serie, che gli ridiano la linfa che ha sfidato i millenni.

 

State attenti, abolizionisti/riduzionisti: che la ricerca del nuovo non si riveli, poi, un nuovo Medioevo.

 

Paolo Fai, professore di Latino e Greco in pensione

Corso di perfezionamento Università del Salento

 

Si allega il bando di un corso di perfezionamento per l’aggiornamento in Lingue, Letterature e Storia dell’Antichità dell’Università del Salento.

 

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